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Non autosufficienza: il rischio che cresce con la longevità.

7 Settembre 2026Blog & news, Consulenze assicurativenessun commentoGuidolinGiancarlo

Viviamo più a lungo. È una conquista straordinaria della medicina, della prevenzione e del miglioramento delle condizioni di vita. Ma la longevità porta con sé una domanda che troppo spesso viene rimandata: che cosa accadrebbe se un giorno non fossimo più in grado di compiere autonomamente le normali attività quotidiane?

La non autosufficienza non riguarda soltanto la vecchiaia e non coincide con una singola malattia. Può essere la conseguenza di una patologia neurodegenerativa, come Alzheimer, altre forme di demenza o Parkinson, ma anche di un ictus, di una grave disabilità (come la SLA) o di più malattie croniche concomitanti e anche come consegueza di un infortunio grave. In tutti questi casi, oltre al problema sanitario, nasce un bisogno assistenziale destinato a durare anni, spesso tutta la vita.

Malattie degenerative: i numeri in Italia

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia circa 1,3 milioni di persone convivono con una forma di demenza; altre 950.000 presentano un disturbo cognitivo lieve, una condizione che non evolve necessariamente in demenza ma richiede attenzione e monitoraggio. L’Alzheimer rappresenta la forma più frequente di demenza.

Anche il Parkinson ha una diffusione rilevante: le stime più recenti parlano di circa 300.000 persone colpite in Italia. La malattia è progressiva e può determinare difficoltà motorie, disturbi cognitivi e un bisogno crescente di cura e sorveglianza. E poi ci sono circa 600.000 malati di SLA.

Se sommiamo tutti i malati, più o meno gravi, di malattie degenerative o gravemente invalidanti, arriviamo a circa 3 milioni di persone: il 5% della popolazione.

Le cifre descrivono un fenomeno che coinvolge una platea molto più ampia dei soli pazienti. Dietro ogni persona non autosufficiente vi sono spesso un coniuge, figli o altri familiari che organizzano l’assistenza, riducono il proprio impegno lavorativo e sostengono una parte importante dei costi. Difficile dare numeri precisi. Diciamo che non siamo distanti da circa 4 milioni di persone (l’85-90% donne) che si sostituiscono all’assistenza pubblica, spesso per l’impossibilità di sopportare i costi di badanti o di strutture assistenziali attrezzate per l’assistenza a queste disabilità. Si, attrezzate, perché un malato di Alzheimer non può essere ricoverato in una Struttura Socio Assistenziale che non abbia un ben identificato spazio protetto dove far soggiornare questa tipologia di malati, in sicurezza e sotto costante controllo.

Più anni di vita, più anni esposti al rischio

In Italia la speranza di vita nel 2025 è stimata in 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 erano 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione.

Le proiezioni demografiche dell’Istat indicano che nel 2050 gli ultrasessantacinquenni rappresenteranno il 34,5% della popolazione italiana, mentre gli ultra ottantacinquenni passeranno dal 4,1% del 2025 a oltre il 7%. In valori approssimativi, questi ultimi potrebbero aumentare da circa 2,4 a quasi 3,9 milioni. Nello stesso periodo cresceranno anche le persone anziane che vivono sole: gli over 65 soli potrebbero arrivare a 6,6 milioni.

Questi dati non significano che invecchiare equivalga necessariamente ad ammalarsi: la demenza, per esempio, non è una conseguenza inevitabile dell’età. Indicano però che aumenterà fortemente il numero delle persone nelle fasce anagrafiche maggiormente esposte a fragilità, patologie croniche e perdita dell’autonomia.

Andando a spulciare le fonti di informazione (che sono riportate a margine di questo articolo) ho scoperto che i malati di Alzheimer giovanile (nella fascia 35/64 anni) sono oggi circa 24.000; in drammatico aumento.

La quota di vita trascorsa in buona salute è rimasta sostanzialmente stabile: una parte degli anni guadagnati in longevità rischia quindi di essere vissuta con limitazioni fisiche o cognitive.

Quanto può costare un anno di malattia degenerativa?

Non esiste un costo uguale per tutti. La spesa dipende dalla gravità della malattia, dalle ore di assistenza necessarie, dalla presenza di un familiare disponibile, dall’impiego di un assistente domiciliare e dall’eventuale ricovero in una struttura residenziale.

Il quarto rapporto Censis-AIMA sull’Alzheimer stima un costo economico e sociale medio di circa 72.000 euro all’anno per paziente, pari a circa 6.000 euro al mese.

È importante precisare che questa cifra non rappresenta interamente una somma pagata direttamente dalla famiglia: comprende costi sanitari, spese assistenziali e costi indiretti, come il valore del tempo di cura prestato gratuitamente dai familiari e le perdite di reddito. Possiamo però affermare con certezza che circa il 50% di questi costi esce dalle tasche della famiglia.

Lo posso affermare con cognizione di causa essennso chi scrive cargiver di una persona malata di Alzheimer

Nell’arco di un anno il peso economico può essere composto da:

  • assistenza domiciliare, badante e relativi contributi;
  • visite specialistiche, terapie, farmaci e dispositivi non interamente coperti dal Servizio sanitario;
  • fisioterapia, riabilitazione e trasporti;
  • adattamento dell’abitazione e ausili per la mobilità e la sicurezza;
  • rette di centri diurni o strutture residenziali;
  • riduzione o abbandono dell’attività lavorativa da parte del caregiver;
  • tempo dedicato ogni giorno alla cura, alla vigilanza e all’organizzazione dell’assistenza.

Il rapporto Censis-AIMA rileva che il 41,1% delle famiglie intervistate ricorre almeno a una badante e che un caregiver su cinque non riceve alcun aiuto.

L’OMS stima che, nel mondo, circa la metà del costo economico della demenza sia riconducibile all’assistenza informale: familiari e amici prestano mediamente cinque ore di cura e sorveglianza al giorno.

Il costo della non autosufficienza, quindi, non si misura soltanto con le fatture. Comprende anche ferie utilizzate per assistere un familiare, riduzioni dell’orario di lavoro, carriere interrotte, stanchezza fisica e psicologica e tempo sottratto alla propria famiglia alla propria vita di relazione.

Non pensarci per tempo significa trasferire il problema sui risparmi

Quando manca una protezione dedicata, le prime risorse a cui si ricorre sono normalmente il reddito corrente, la pensione e i risparmi della persona colpita. Se queste somme non bastano, il bisogno economico si sposta sui familiari.

Si può essere costretti a utilizzare in pochi anni il patrimonio accumulato in una vita, disinvestire nel momento meno opportuno, vendere un immobile oppure chiedere ai figli di contribuire alle spese.

In altri casi il “pagamento” avviene attraverso il lavoro gratuito di un familiare, spesso una donna, che riduce o lascia l’occupazione per diventare caregiver.

La polizza Long Term Care: una rendita per conservare libertà di scelta

La polizza Long Term Care (LTC) è una copertura pensata per affrontare le conseguenze economiche della perdita dell’autosufficienza.

In base alle condizioni contrattuali, quando l’assicurato non è più in grado di svolgere autonomamente un determinato numero di attività fondamentali della vita quotidiana — per esempio lavarsi, vestirsi, alimentarsi o muoversi — la compagnia riconosce la prestazione prevista, frequentemente sotto forma di rendita periodica.

La prestazione non dipende necessariamente dal nome della patologia diagnosticata, ma dai criteri di non autosufficienza stabiliti nel contratto. Per questo è essenziale verificare con attenzione:

  • quali attività quotidiane vengono considerate e quante devono risultare compromesse;
  • chi accerta lo stato di non autosufficienza;
  • l’importo e la durata della rendita;
  • se si tratta di una polizza “a vita intera” o no;
  • eventuali periodi di carenza, franchigie, esclusioni e limiti di età;
  • le modalità di rivalutazione della prestazione;
  • l’eventuale presenza di servizi di assistenza aggiuntivi.

Una rendita LTC può contribuire a pagare un assistente domiciliare, integrare la retta di una struttura, sostenere le terapie o adattare l’abitazione. Soprattutto, permette di non far ricadere automaticamente l’intero peso economico e organizzativo sui figli e sugli altri familiari.

Pensare oggi alla possibile non autosufficienza non significa essere pessimisti. Significa proteggere i risparmi, l’autonomia decisionale e l’equilibrio della famiglia.

Una consulenza indipendente consente di definire il livello di rendita realmente necessario e di confrontare condizioni, costi ed esclusioni delle diverse soluzioni disponibili.

La domanda da porsi non è soltanto quanto vivremo, ma con quali risorse potremo scegliere come essere assistiti. Prepararsi per tempo può fare la differenza.

 

Fonti:
  • Istituto Superiore di Sanità – Alzheimer e demenze in Italia
  • OMS – Dementia
  • OMS – Parkinson disease
  • OMS – Ageing and health
  • Istat – Indicatori demografici 2025
  • Istat – Previsioni della popolazione, base 1° gennaio 2025
  • Censis-AIMA – Impatto economico e sociale dell’AlzheimerPersonalizza
  • The Lancet Public Health – Prevalenza mondiale della demenza al 2050
GuidolinGiancarlo
Giancarlo Guidolin, 74 anni, intermediario assicurativo da oltre mezzo secolo, ha rappresentato negli anni numerose compagnie. Nel 2013 ha fondato la Consulenze Assicurative S.r.l., società di consulenza indipendente per PMI e professionisti. Formatore in materie assicurative, impegnato nelle associazioni di categoria, di se dice "per i miei clienti, non ho mai smesso di studiare, informarmi, crescere".
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