La sicurezza informatica in azienda è ormai una priorità universalmente riconosciuta.
Oramai i nostri dati ci seguono ovunque, siamo perennemente connessi, geolocalizzati, probabilmente spiati: tablet, telefonini, navigatori dell’auto emettono e ricevono segnali 24 ore su 24, 7 giorni su 7, anche nelle feste comandate.
E poi ci sono i computer: sempre più piccoli, sempre più potenti, sempre più performanti, sempre più interessanti per gli hacker.
Sui computer domestici (spesso più di uno in ogni famiglia) ci sono indirizzi di posta elettronica, fotografie, documenti, lettere; in quelli delle aziende (spesso reti aziendali con decine di terminali connessi) si possono trovare fatture, progetti, specifiche tecniche di prodotti e macchinari, dati contabili, accessi alle banche, informazioni su clienti e fornitori. Informazioni molto riservate.
Una serie di informazioni che valgono oro per gli hacker.
Come ci difendiamo dall’uso improprio dei nostri dati? Come custodiamo i nostri ricordi più belli? Come proteggiamo lo scrigno dei nostri segreti informatici? Quanto e come ci occupiamo di sicurezza informatica in azienda?
Una recente indagine svolta da una compagnia assicuratrice di portata internazionale su 2.600 piccole e medie imprese distribuite in 13 paesi dell’Unione Europea, America e Asia, ha evidenziato alcuni dati interessanti e inquietanti allo stesso tempo.
È in aumento la consapevolezza delle aziende nei confronti dei rischi informatici: solo un’esigua parte (meno del 10%) ritiene di essere troppo “piccola” per attirare l’attenzione degli hacker informatici. Questo dato, solo un anno fa, era superiore al 17% ed è un dato sicuramente positivo: sempre più aziende e professionisti sono consapevoli che anche la loro “piccola azienda” è appetibile per i criminali informatici e si presume, quindi, che sempre più aziende e professionisti facciano qualcosa per proteggersi.
I timori manifestati da imprenditori e professionisti intervistati sono legati al furto di dati dei clienti (27%), alla reputazione aziendale (20%), al furto di denaro (15%), interruzione del business (15%), appropriazione dolosa dell’identità (12%).
Alla domanda circa i provvedimenti adottati per mettere in sicurezza i propri dati, solo il 5% ha dichiarato di “aver fatto qualcosa”.
Non trovi inquietante questo dato?
Non vedi un controsenso nel dichiarare le proprie paure … ma non fare niente (o fare poco) per tutelarsi?
Le aziende italiane sono in grave ritardo nell’affrontare e risolvere i problemi di sicurezza informatica in azienda; prova ne è che reati come il furto di identità e dati sono raddoppiati nel 2019 rispetto all’anno precedente. E il trend non dà segni di voler rallentare… anzi.
Ma il dato ancora più preoccupante è la diminuzione di investimenti nel settore della sicurezza informatica: le aziende investono meno a causa della crisi economica e della carenza di disponibilità finanziarie.
Nel marzo 2020 il quotidiano la Repubblica dava conto in un lungo articolo del rapporto annuale del Clusit – Associazione Italiana per la Sicurezza informatica – che evidenziava tra l’altro come nel 2019 vi sia stato nel nostro Paese un attacco informatico ogni 5 ore (1.670 in un anno): ben il 91,2% in più rispetto a 5 anni prima. Sempre nello stesso rapporto il Clusit un componente del Comitato direttivo sottolineava che: “Chi attacca oggi fa parte di decine e decine di gruppi organizzati transnazionali che fatturano miliardi, multinazionali fuori controllo dotate di mezzi illimitati, Stati nazionali con relativi apparati militari e intelligence, i loro fornitori e contractor, unità di mercenari impegnati in una lotta senza esclusione di colpi. Viviamo ed operiamo in una situazione di inaudita gravità in termini di rischi cyber”
Ovviamente, oltre a dotarsi di sistemi di sicurezza informatica e tenerli costantemente aggiornati, esistono coperture assicurative che si fanno carico dei costi derivanti da un cyber attacco. Sia dei costi diretti a carico di aziende e professionisti, sia dei danni derivanti da richieste di terzi, in particolare per violazione delle norme sulla privacy.
Sono la soluzione del problema?
Ovviamente no: una polizza non ti tiene al riparo da un attacco informatico, non impedisce all’hacker di entrare nel tuo sistema, ma può farsi carico dei costi derivanti, sia di quelli diretti che di quelli indiretti.
Si, perché se un hacker viola il sistema informatico della Rossi srl, “ruba” le credenziali di posta e gli indirizzi mail, inizia a spedire messaggi che ricordano a chi la riceve che c’è una fattura insoluta… basta un attimo di distrazione e il danno è fatto.
Secondo recentissime indagini condotte da chi si occupa di sicurezza informatica in azienda, nel 90% dei casi siamo noi ad aprire la porta al “nemico”: basta un attimo di distrazione, un click sull’allegato… e la porta è spalancata.
E una volta entrato nel sistema informatico l’hacker rimarrà li, silenzioso e invisibile, ma inizierà a spiare la tua rete aziendale: per scoprire chi sei e quali vantaggi può trarre dalle informazioni che riuscirà a ricavare dal tuo sistema informatico.
E poi, un giorno, quando ne saprà abbastanza delle vostre abitudini, dei vostri clienti… metterà a frutto il suo piano criminale.
Se hai trovato interessante questo articolo e vuoi saperne di più sulla sicurezza informatica in azienda e su come proteggerti da potenziali attacchi hacker, contattaci.